Faccio parte di una categoria un po' disgraziata: sono di sinistra senza essere comunista. La disgrazia sta nel fatto che di solito si litiga sia con i comunisti sia con i fascisti e, qualche volta, anche con i cattolici, specie se integralisti.
Rigida e intollerante, mi sono sentita definire da due colleghi rifondaroli: perché pretendevo che gli allievi facessero i compiti e, se le loro verifiche erano insufficienti, mettevo persino quattro.
Che pretese.
Anni fa ci capitò un allievo di destra iscritto ad Alleanza Nazionale. (Se è per questo, avemmo eziandio un alunno di Forza Nuova iscritto al corso di ricamo organizzato dalla scuola. Ricamava pure bene, il camerata). Al riguardo si scatenarono feroci diatribe nel Collegio dei Docenti. Io affermai che, pur non condividendone le idee, preferivo che un ragazzo frequentasse Alleanza Nazionale piuttosto che il bar. Almeno aveva fatto una scelta. Truci, i due rifondaroli opposero ringhiando: "Meglio il bar!"
Che ne pensate? E' meglio Alleanza Nazionale o il bar?
Le cose, credo, vanno insegnate ai bambini nei primi anni di vita. Mi pare fosse Kipling che diceva Lasciatemi i primi cinque anni di vita di un uomo e prendetevi tutto il resto? Certi concetti andrebbero inculcati dalle scuole elementari - e non è neanche detto che si riesca: se la famiglia insegna una cosa e la maestra ne propone un'altra è dura, per il bambino e per la maestra (o per la bambina ed il maestro, tanto per non fare del sessismo).
Prendi il razzismo, tanto per dirne una.
Alle scuole superiori hanno già delle idee ben consolidate... e di solito non sono un gran che. Di solito. Tu puoi anche elaborare progetti, procurare materiale tipo articoli di giornale, stralci di testi di psicologia e sociologia, organizzare un cineforum anti-xenofobi, sbatterti e dibattere in aula, far riassumere a casa e far elaborare saggi brevi in classe, e poi ti senti dire non se ne può più di questi stranieri, sono tutti delinquenti, immigrati tornatevene a casa, i romeni stuprano, gli albanesi accoltellano, gli zingari rapiscono i bambini tu guarda la piccola Denise... Se chiedi loro quali esperienze dirette abbiano di tutte queste nefandezze, biascicano queste cose si sanno.
Uno dei miei pischelli di quinta superiore ululava diuturnamente contro i bulgari (i bulgari?); richiesto di spiegare la causa di tanto pervicace rancore, narrò sconvolto che una sera uno slavo maleducato gli era passato davanti al distributore di benzina. Un'altra sua compagna, bella, bruna e ricciutissima, affermava che gli stranieri le stavano sul cazzo (sic) perché prendevano per il culo (ari-sic). Avendo io espresso legittimi dubbi sull'esistenza di una cospirazione transnazionale degli immigrati volta a prenderla per il baugigi, ella spiegava che parlano, parlano tra loro e dicono cose insensate, non si capisce un cazzo e chissà cosa dicono, è chiaro che ti pigliano per il culo...
Barbari, insomma. Come dicevano i Romani...
Ho un gran rispetto per gli insegnanti della scuola media. Quelli seri, ovviamente, non quelli che campano di soli progetti, tralasciando d'insegnare qualsiasi cosa e bevendo il cappuccino in corridoio coi colleghi. Ho un gran rispetto per loro perché spesso si trovano a dover affrontare rampolli disorientati di famiglie slabbrate che sovente si guardan bene dall'esercitare la propria funzione familiare. Questo preambolo sottintende che per un certo periodo io ho in effetti insegnato nella scuola media... e che ho condensato la mia esperienza in due sole parole: NUNCA MAS. Mai più. Nevermore.
Io, però, noto le cose più strane, magari tralasciando clamorosamente le cose più macroscopiche. E mi è saltata all'occhio una cosa stranissima: che molto spesso i ragazzini fingono di non conoscere amici e parenti, giungendo financo a rinnegare padre e madre, manco fossero San Pietro al cantar del gallo, se tu chiedi loro: "Ah, tu sei Parapillo... conosci per caso Mectonda?..." Orbene, avrete quasi la sicurezza che il ragazzino negherà con veemenza di aver contezza di Mectonda, quand'anche ella fosse la sua adorata genitrice o sua sorella. Così, per il gusto di sbeffeggiarti. Mi successe nella scuola media di un paese lacustre dove avevo dei cugini e degli amici e dove avevo avuto una supplenza di due settimane (allora capitava). All'atto di presentarmi alla classe, procedetti all'appello e, notato nell'elenco un certo Bastianelli, gli chiesi urbanamente se conoscesse Cecilia - che fra l'altro faceva il vigile nel paese. Il Bastianelli non solo negò con disprezzo, ma aggiunse lazzi ostili in dialetto stretto, girandosi verso i compagni e chiedendo chi ca... fosse quella Cecilia, storpiandone il nome (un po' come fa Emilio Fede al TG 4 quando deve pronunciare il nome di qualche esponente del Partito Democratico, per capirci).
Seppi, qualche giorno dopo, che Cecilia era sua zia e lui era con lei nei termini della più calda e affettuosa familiarità.
La cosa succedeva frequentemente. I ragazzini erano ostili già prima di vedermi, a prescindere, e volevano forse mettere più distanza possibile tra me e loro, quasi volessero negare di avere con un'insegnante qualcosa in comune.
Insomma, a dodici anni erano già gonfi di rancore.
Ho sempre pensato che bisogna essere precisi quando si danno i nomi alle cose. Voglio dire, non è che un minestrone lo chiamiamo pollo arrosto, giusto? E allora perché bisogna chiamare "psicologa" l'assistente sociale del Comune? Intendo dire che per diventare psicologi bisogna frequentare la Facoltà di Psicologia, che è sempre durata cinque anni, anche quando non c'era il famigerato 3 + 2; e per diventare assistenti sociali bisognava frequentare la Scuola Speciale di Servizio Sociale, che durava tre anni e che non era nemmeno considerata una Facoltà universitaria, fra l'altro. Poi, non dico che fosse più semplice, per carità; dico solo che sono due cose diverse.
Sia come sia, Violetta Arcangeli Stafissi era l'assistente sociale del Comune in cui si trovava l'Istituto Professionale e collaborava con la scuola in vari modi - che a me sembravano quasi tutti di scarso spessore, ma lasciamo perdere. Organizzava incontri con intere classi, magari stabilendo un calendario che non rispettava mai, per cui avevi magari programmato un compito in classe e ti vedevi arrivare il bidello che diceva "Tutti in Aula Magna, è arrivata la psicologa!" (e qualcuno diceva "Ma psicologa dde che?..."), che magari sarebbe dovuta venire tre giorni prima e non s'era vista né bene né male. Oppure organizzava la Giornata della Creatività e allora per mesi bisognava trascrivere al computer fasci e fasci di lacrimose poesie adolescenziali, appiccicare ai muri pezzi di stoffa con sopra frammenti di specchio, maniglie divelte dalle porte che davano sul nulla, CD frantumati e ricomposti a caso, vecchie radio con dentro erbacce e lattine arrugginite e via delirando. Quando arrivava il fatidico giorno, chi regnava, si esibiva e faceva la ruota era solo lei, l'assistente sociale del Comune, che disquisiva, leggeva e non di rado cantava, sdegnando gli apporti di chiunque altro. Una volta arrivò in aula magna, dove le bidelle avevano sistemato cesti di fiori, vide che su un tavolo laterale erano posate due terrine colme di macedonia (commissionate alla collega di cucina) e minacciò di gettarle dalla finestra se non gliele toglievano dalla vista...
Con me, pur non collaborando più di tanto, era stata sempre cordiale, fino all'anno in cui arrivò a scuola Raffaella, una ragazza borderline. Non sapendo come comportarmi, chiesi un appuntamento all'assistente sociale, che la conosceva meglio di me, e mi recai al Comune una mattina, prima di entrare a scuola.
Mentre m'illustrava il caso di Raffaella, venne fuori che io, oltre ad essere l'insegnante d'italiano, ero laureanda in Psicologia; e il suo atteggiamento cambiò visibilmente. Mentre prima era stata cortese, da allora in poi si astenne dal collaborare a qualsiasi titolo con me, giungendo fino al punto di fingere di non vedermi e di evitare di salutarmi...
E' stata mia alunna una quindicina d'anni fa, si chiamava Annagrazia.
Era brava, a modo suo. Veniva da scuole disgraziate e voleva riscattarsi, ma è difficile quando non ci sono le basi. Quando alle elementari e alle medie non fanno altro che farti fare progetti e si scordano d'insegnarti l'italiano e la matematica.
Comunque, studiava, ma era confusionaria e priva di metodo.
Aggiungiamo a ciò una famiglia disgraziata, madre operaia, padre pensionato per infortunio sul lavoro e sei fratelli assortiti. Autostima, zero.
L'autostima è come "los cuentos de nunca acabar": se ce l'hai ti aumenta perché riesci ad avere successo; se non ce l'hai non ti caga nessuno e scende sempre più. Era così per Annagrazia. Si candidava come rappresentante di classe e non la votava nessuno. Si preparava per le interrogazioni e prendeva sì voti discreti, ma lei ambiva all'otto o al nove e di rado ci riusciva. Mentre le compagne andavano in piscina, lei lavorava nei campi e studiava filosofia. A scuola si proclamava comunista, girava con le magliette del Che Guevara e si avvolgeva nelle bandiere della pace.
Un anno si candidò come rappresentante d'Istituto e prese tre voti tre.
All'esame aiutò una compagna diversabile e tralasciò la propria preparazione. Elaborò una tesina su Che Guevara e sulla storia politica dell'America Latina che fu quasi ignorata (soprattutto dal docente di filosofia, candidato nelle liste di Rifondazione Comunista).
Le consigliai d'iscriversi all'Università, ma i genitori si opposero e lei preferì lanciarsi in un'operazione avventata: aprì con un'amica un piccolo studio d'informatica. Io le consigliai di fare prima un po' di gavetta, di lavorare sotto padrone e di aprirlo dopo, lo studio. Non mi ascoltò e andai alle varie inaugurazioni del suo studio. Dico varie inaugurazioni perché lo studio non ingranava e lei, ogni volta, non avendo i soldi per pagare l'affitto dei locali, traslocava verso una via più periferica e meno cara.
All'ultima inaugurazione stavamo sedute sui gradini di fronte all'agenzia e mangiavamo torta al formaggio. Il locale si trovava in un altro paese in cui, nel giro di qualche giorno, si sarebbe votato per il rinnovo del Consiglio Comunale. Ad occhi bassi, Annagrazia mi disse che avrebbe votato per il candidato della destra. Debbo averla guardata con espressione stupefatta perché lei cominciò a scusarsi. Io le dissi che siamo in un paese libero e poteva votare per chi le pareva, non per questo le avrei tolto la mia amicizia; ma lei era imbarazzata e si vedeva. Mi spiegò che a scuola era diverso, ma che lei adesso era un'imprenditrice (???) e aveva capito chi poteva salvaguardare i suoi interessi.
Io le dissi che speravo che il sindaco di destra glieli avrebbe protetti, i suoi interessi; non aggiunsi, ovviamente, che finora non glieli aveva salvaguardati un gran che...
Con questo racconto parteciperò, venerdì 26 giugno, ad una serata (chiamata "Auroralia") alla libreria Flexi, a Roma. La serata consiste nella lettura di quindici brevi novelle, ispirate ad una fotografia di Uelsmann. E' stata organizzata dalla scrittrice Gaja Cenciarelli (autrice di due bellissimi romanzi, Il cerchio e Extra omnes).
Spero non mi si strozzi la voce in gola...
Il lago dell’abisso
Non è che a casa sua non ci fossero degli specchi. C’erano. Ma lei non aveva mai capito a cosa servissero.
La sua era una famiglia modesta, ma rispettabile, amava ripetere la mamma.
Già, rispettabile, qualunque cosa volesse dire.
Il campo semantico della parola rispettabile comprendeva una pletora di oggetti sconnessi e all’apparenza slegati fra di loro. Comprendeva il taglio di capelli con un’insalatiera ficcata in testa, tenuta ben ferma dalla vicina di pianerottolo che le scorciava le chiome torno torno con un paio di forbici che le servivano nel suo lavoro di sarta (fa la sarta, saprà ben adoperare le forbici…). Comprendeva i vestiti ereditati dalle cugine e dalle figlie delle amiche, cui la mamma cuciva un orlo fantasmagorico per abbellirli, e che le cugine e le figlie delle amiche riconoscevano immediatamente come propri (Mamma, guarda, Palma ci ha i calzoni che tu avevi buttato!). Comprendeva il bagno fatto solo la mattina della domenica. Comprendeva il deodorante spruzzato sopra i maglioncini, che s’infeltrivano e si macchiavano. Comprendeva il divieto d’usare il bidet (che Palma fino a quattordici anni aveva creduto essere il recipiente dove si lavavano i piedi).
Palma passava spesso i suoi pomeriggi affacciata alla terrazza che dava sulla via trafficata. Guardava il mondo e non capiva. Le macchine correvano avanti e indietro sulla strada e… come facevano a non scontrarsi?… Scontro frontale, ripeteva la mamma, è mortale, non prendere mai la macchina, Palma! Un pomeriggio, Palma aveva capito – o almeno aveva creduto di capire – che la striscia bianca in mezzo alla strada serviva a dividere le macchine! Da una parte vanno in su, dall’altra vanno in giù! Ecco perché non si scontrano! Ho capito! Il mondo le era apparso meno incomprensibile, era riuscita ad impadronirsi di una chiave che glielo faceva sembrare meno estraneo! Era corsa subito dalla mamma a dirglielo, pensando che anche a lei finalmente il mondo sarebbe apparso meno spaventoso.
La mamma aveva fatto una risataccia ed aveva negato. Non era mica vero, che la striscia bianca serviva a dividere le macchine. Non era mica vero che le automobili marciavano secondo un ordine. Le auto marciavano a caso. E si scontravano frontalmente. Che cosa pensava, Palma, di aver avuto un’idea geniale?
Palma era tornata in terrazza, avvilita. Eppure, le era parsa un’idea così carina…
E gli specchi.
C’era una bambina, dentro lo specchio. Magra, con gli occhi fondi e il naso lungo. Aveva uno scamiciato di lana grigia, come lei.
A un cero punto Palma aveva capito. Quella bambina era lei!
Era corsa a dirlo alla mamma.
La mamma aveva fatto una risataccia e aveva negato. E come faresti, tu, a vederti su un pezzo di vetro? Dimmelo, come sarebbe possibile? Quello è un quadro, Palma, quella bambina è la nipote di una mia cugina a cui volevo molto bene. Come fai a essere tu? Credi che tutto il mondo giri intorno a te?
Ma si muove, mamma, aveva detto Palma fiocamente. Si muove quando mi muovo io.
E’ un ologramma. Un quadro che si muove, aveva riso sua madre.
E se io voglio vedere come sono fatta?… aveva provocato la bambina.
Non c’è modo, aveva soffiato sua madre, continuando a lavorare a maglia.
Non potresti farmi una fotografia?
No, non ho la macchina fotografica. Non ho i soldi per comprarla e in tutti i modi non la comprerei per te.
Non potresti farmi fare un ritratto? Come quello che ho visto, della figlia di tua cugina?
Non c’era stata risposta.
Che fine ha fatto, quella bambina? Aveva voluto sapere Palma.
La madre aveva riso. E’ morta! E l’aveva guardata, ridacchiando.
A diciotto anni se n’era andata, anche se nessuno della famiglia aveva capito perché.
S’era diplomata all’Istituto agrario e aveva trovato un lavoro in un’azienda agricola vicino Bevagna. Vicino al Lago dell’Abisso.
Il Lago dell’Abisso, profondissimo specchio d’acqua, alimentato da una polla risorgiva. Quindici metri di profondità, colore blu intenso, circondato da fosche leggende.
Quando faceva caldo, scendeva dal trattore e andava a riposarsi sotto ai pioppi, vicino al lago. Uno specchio rotondo e turchese, in cui le piaceva rimirarsi.
Talvolta si addormentava vicino al lago e sognava.
Sognava di non essere lei. Le pareva di essere una creatura sottile e scura, che sorvolava a gran velocità i mari, le campagne e le città e si specchiava in tutti gli stagni del mondo…
Fine anno scolastico, programmi già consegnati (mi sa che son stata la prima, oltre che una delle poche a non farseli fare dagli allievi), ultime interrogazioni, chiarendo che chi non ha fatto una cippalippa tutto l'anno non avrà modo di recuperare negli ultimi giorni... Fino a che s'avvicina il giovane Alessio e ansioso chiede:
"Prof, ma se io vorrei recuperare a italiano, ce la posso fare?"
E poi non tacciatemi d'arrogante se non gli ho dato risposta e mi sono limitata a squadrarlo con espressione di disprezzo...
Spiegavo (non ricordo cosa, di sicuro stavo leggendo qualcosa sull'Islam), le tre finestre dell'aula erano aperte e si sentiva il brusio della piazza sottostante e il placido ronzio di qualche insetto estivo. Dopo aver spiegato la storia di Maometto, credo stessi leggendo alla classe "L'Islam spiegato a mia figlia"; e intanto la tenevo d'occhio.
La pischella in questione si chiamava Dalia, rideva sempre, aveva una mente vivacissima, leggeva parecchio, aveva una media elevata e veniva a scuola in abiti succinti stile cubista da discoteca. In quel momento mi fissava con espressione profondamente assorta, e già la cosa era strana: intuii subito che la sua attenzione non era per me.
Non tutta, per lo meno.
Io leggevo e intanto la guardavo senza parere. Si girava, piano piano, con una lentezza infinitesimale e gli occhi fissi verso l'alto. Io parlavo del Corano e la sbirciavo discretamente. Alzava pian piano una mano, con un moto così lento da risultare impercettibile a chi non l'avesse già puntata - come me. La mano destra era oltre la linea del banco, si elevava in maniera inavvertita, l'indice e il pollice si avvicinavano con lentezza. Io parlavo della kaaba e piano piano l'indice si piegava sopra il pollice... e via, scattava il pittolo, parola dialettale usata per indicare il lancio di qualcosa (di solito una pallina di carta) con un repentino scatto dell'indice; nella fattispecie, la Dalia stava puntando una mosca e, quando la tapina le era stata a tiro, l'aveva mandata in orbita.
Il tutto succedeva mentre io stavo spiegando alla classe cos'erano le moschee...
E' difficile spiegare quanto abbiamo riso della scena in quel momento e anche dopo, negli anni seguenti, Dalia ormai diplomata e lavoratrice che veniva a bere il limoncello la sera da me...